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Don Jio, quello che vogliamo davvero in All I Wanna Do

Dal 3 ottobre 2025 è disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica All I Wanna Do, il nuovo singolo di Don Jio. Don Jio intervista

All I Wanna Do parla dell’innamoramento, di un momento di felice commozione, quando ci si rende conto che una persona è più speciale delle tante altre che si frequentano e si cambiano in continuazione. Quando si ha l’intuizione di poter voler cambiare la propria vita per dedicarsi a questo unico piacevole pensiero fisso, ci sono le potenzialità per una storia speciale. Quando ci si rende conto che ci si sta innamorando, e manca solo sapere se l’altra persona sta provando lo stesso.

La versione che Don Jio propone come brano originale e di cui ha prodotto anche il videoclip è acustica, con due pianoforti, degli archi e un basso. Parallelamente a questa, l’artista ha realizzato tre remix: uno in chiave dance da club, uno dal sound funky pop più radiofonico, entrambi prodotti da lui stesso, e un terzo, più innovativo, firmato dal DJ e producer barcellonese Chus Durán.

Conosciamo meglio Don Jio, e la sua canzone All I Wanna Do, in quest’intervista:

Tutto quello che voglio fare” è la traduzione letterale del titolo del tuo ultimo brano, ovvero All I Wanna Do. Ma durante il pezzo risulta evidente che ciò che motiva il protagonista della canzone è l’amore per qualcuno. È la stessa cosa che ha motivato te a scrivere il testo di questo brano?

Sì, infatti dico, “You are all I wanna do“. Parlo ironicamente del fatto che con tutte le cose che abbiamo da fare nella nostra vita, tutte le cose che abbiamo in mente, i nostri impegni, le nostre consuetudini, in realtà “tu sei tutto quello che voglio fare”. Da quando ho conosciuto “ieri” questo ragazzo, lui è diventata l’unica cosa che volevo fare.

Mi capita spesso di innamorarmi, di entrare nella fase di innamoramento e sono contento che succeda. Quante volte sentiamo le persone dire “non mi piace nessuno”. A me piace sempre qualcuno. A volte di più, a volte di meno. Questa volta era una persona speciale. Ogni tanto mi capita di sentire questo istinto, questa propensione e anche di vedere certe qualità compatibili con me, oppure di conoscere delle tipologie di persone che totalmente non avevo preventivato!

E rendermi conto che potrebbe essere la persona con cui creare qualcosa. Sto anche bene da solo. In realtà, i periodi in cui sto meglio da solo sono i periodi in cui finisco per innamorarmi. Credo sia anche una buona regola perché la storia funzioni. Non ci si dovrebbe innamorare di qualcuno perché si ha bisogno di qualcuno per stare bene. Si sta talmente bene che si ha anche spazio per i sentimenti per qualcun altro.

Questo è ciò che ti ha spinto a scrivere questo pezzo, ma cos’è che ha dato origine a Don Jio e al suo amore per la musica?

Don Jio è in particolare una parte della mia personalità che arriva dopo un percorso di crescita musicale. Don Jio è l’artista solista che prende coraggio di esporsi al 100% con le sue imperfezioni. Con le sue emozioni, con i suoi limiti. Don Jio è un punto del mio percorso musicale in cui credo di avere la capacità di potermi esprimere pienamente. L’amore per la musica c’è sempre stato, ero bambino e già cantavo, suonavo il pianoforte, ho cantato al coro dei piccoli cantori veneziani, ho cantato nel coro universitario, ho cominciato a lavorare con DJ, ho collaborato con vari artisti.

Ho prodotto la musica che mi piaceva facendo parte del duo Lunatiq Phase, con la Q, fino ad arrivare a un punto in cui mi sono reso conto che potevo creare autonomamente le mie canzoni dall’A alla Z, ed è stato il modo per esprimermi completamente senza compromessi. La musica che propongo come Don Jio è una completa proiezione di me, senza pensare di dover fare chissà che genere o di arrivare a chissà che pubblico. Onestamente sono canzoni che sono nate da sole e attraverso di me sono state create. Sono veramente curioso di vedere come il pubblico reagirà al mio album. Ci siamo quasi, credo che uscirà tra un paio di mesi.

Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma, e questo vale anche per Don Jio. Quali sono le tue fonti di ispirazione, sia musicali che non? Come si è trasformato Don Jio nel corso degli anni? E quali sono le collaborazioni che hanno dato piena forma al tuo te attuale?

Fonti di ispirazione ne ho avute tante, non sono nato ieri, è veramente una grande lista di musicisti che mi hanno accompagnato in diverse fasi della mia vita. Di sicuro la mia idea era creare un album vecchio stile, quelli che ascoltavamo nel Walkman con la cassetta durante i viaggi in macchina, in treno. Ok, potrei dire anche il CD, potrei anche parlare dei mille album salvati nell’iPod. Comunque sì, quegli album che ascolti dalla prima canzone fino alla fine, sentendo l’insieme di canzoni che l’artista vuole fare arrivare.

Non è solo un singolo, è tutto l’insieme. Questa era la mia idea. Speriamo che le persone si prendano il tempo di ascoltare tutto quello che ho fatto e non solo la canzone che gli piace. Di sicuro la collaborazione che mi ha fatto crescere di più è stata con Dariush, con cui abbiamo portato avanti il progetto Lunatiq Phase. Abbiamo passato anni dando sfogo al nostro “istinto di riproduzione”, alla nostra passione per la musica, inseguendo il sogno di diventare delle vere rock star. Tutte le nostre canzoni sono state pubblicate, in particolare l’album LP ci ha rappresentato al meglio nel nostro sound.

Onestamente eravamo giovani e inesperti, era già tanto cantare in una lingua che non era la mia, nessuno mi correggeva la pronuncia, nessuno ci ha aiutato, non abbiamo avuto una buona gestione, le informazioni non erano nemmeno così accessibili come oggi, ora basta connettersi e si hanno tutte le risposte. Comunque sono contento che tramite contratti discografici siamo riusciti a pubblicare tutto. Quello che sto facendo adesso con Don Jio è fatto con più testa, con più esperienza, sto cercando di usare tutte le risorse a disposizione per arrivare al pubblico nel miglior modo possibile.

Hai dichiarato in altre interviste che un tuo brano, Who We Are, è nato da un tuo sogno. Puoi raccontarci più nel dettaglio il sogno in questione è come ha influito nella nascita del suddetto brano?

Who We Are? Ho cercato il file del 2016, l’ho trovato. Non era la prima volta che mi succedeva. Tanti anni prima, il brano Zigano, in particolare parlo del Caravan Mix, era nato da un mio sogno. Era una canzone dei Lunatiq Phase che è andata molto bene, è anche arrivata in classifiche inglesi, in buona posizione. Non ricordo esattamente cos’era il sogno, perché le cose si dimenticano se non si scrivono, e non me l’ero scritto, però stavo sognando e c’era una colonna sonora. C’era una musica.

In questo sogno consapevolmente mi sono chiesto: questa canzone me la sto inventando o è una canzone conosciuta? Devo riuscire a svegliarmi per registrarla. Sono riuscito ad uscire dal sogno, attraversare la casa, raggiungere il mio telefono, accenderlo per registrare questa melodia. L’ho canticchiata, per filo e per segno. Dopodiché mi sono messo al pianoforte, e ho buttato giù il giro di accordi, e sono tornato a dormire. Dopo un paio di settimane avevo voglia di scrivere una canzone e sono tornato tra le mie registrazioni vocali del telefono e l’ho costruita.

Rimanendo in tema sogni, quali obiettivi vuole raggiungere Don Jio? A che punto della tua carriera pensi di essere e dove punti ad arrivare?

Sono a un punto della mia carriera in cui sento di aver realizzato esattamente quello che era il mio sogno, ovvero un album completo totalmente fatto da me. Sono sempre stato affascinato in passato da artisti come ad esempio Lenny Kravitz, che sapevo che suonava tutti gli strumenti delle sue canzoni, e semplicemente ho deciso di provare a farlo. Li ho realizzati con Virtual Instruments, però mi sono messo nella testa del violinista, del bassista, del chitarrista, e quindi mi sono “sdoppiato” e ho creato la canzone in ogni suo dettaglio.

Questo era il mio obiettivo. Cosa mi piacerebbe fare adesso? Essere più conosciuto, essere ascoltato, e il mio sogno è avere delle persone che vengano ad ascoltarmi, che conoscano le mie canzoni, e mi piacerebbe “tornare a fare il cantante”, perché con tutto quello che ho dovuto fare, tra la produzione delle canzoni, dei video, la parte manageriale, adesso il lavoro con l’agenzia di pubblicità, sono diventato veramente un’industria musicale. Quindi mi piacerebbe avere una motivazione per avere una struttura che si occupi di tutto, e io vorrei tornare a fare il cantante. Manca poco.

Sei riuscito a creare una tua identità musicale, ma attualmente senti la voglia o il bisogno di cambiare qualcosa? Di sperimentare con nuovi generi musicali?

Ho la mia identità musicale ma mi piacerebbe crescere attraverso la collaborazione con altri artisti nel senso che so che collaborando con chitarristi, musicisti in generale che apportino la loro conoscenza, il loro talento, so che potrei arrivare oltre il mio semplice genere. Quindi sì, mi piacerebbe collaborare con altre persone ma perché ho già realizzato esattamente, egoisticamente, la mia personale versione del mio concetto di musica.

Mi piacerebbe divertirmi attraverso le influenze e suggerimenti di altri talenti. Le mie canzoni sono pensate anche per poter essere remixate; mi piacerebbe sentire i miei spartiti in versione diversa da quella che ho proposto: remix dance interessanti, non so fare le groove, remix jazz, non ho un limite di genere. Mi piace tutto, ascolto dalla musica classica ai mantra indiani all’elettronica, sarebbe molto bello sentire le mie canzoni in altre versioni.

Oltre alla cura per i tuoi brani, nella tua produzione hanno grande importanza i videoclip. Quando scrivi una canzone hai già in mente il lato “audiovisivo” del brano? O è qualcosa che ha origine dopo la stesura del pezzo?

Ho cominciato a fare i video perché ho avuto un manager, un consigliere, che mi ha aperto gli occhi sul mondo della musica odierno. Non avevo nemmeno Instagram fino a 5 anni fa. Ho capito che la parte visuale è oggi parte integrante della musica, è come se la gente non prestasse attenzione alla tua canzone se non c’è dietro un video o comunque un’immagine. Quindi mi sono un po’ sforzato di imparare a fare anche questa cosa. Ho cercato collaborazioni ma spesso le persone che hanno lavorato con me facevano il meno possibile. Io dedico tante ore a tutto quello che faccio, quindi mi sono reso conto che avrei fatto meglio da solo, non in termini di qualità ma in termini di dedizione.

Cominciare a fare video e usare i programmi come Premiere non è stato così difficile, essendo abituato a usare Logic o quant’altro. Invece che i suoni e i file audio erano immagini, e quindi ho cominciato a trattare le clip come fossero suoni, e chissà se il mio modo di procedere è quello che usano i videomaker, ma in qualche modo l’ho fatto. Il primo video è stato Seek The Thrill, l’ho girato a Barcellona, e ripeto ci sono sempre state imperfezioni in tutto quello che faccio però man mano ho imparato a gestirmi. E anche nei video arrivo a un punto in cui sono soddisfatt. Magari ci sarebbero potute essere più riprese da usare, per cui uso un po’ quello che sono riuscito a registrare.

Se avessi una troupe, se avessi delle telecamere, se avessi della tecnologia a disposizione arriverei ad altri risultati. Ma sono contento di quello che ho fatto. Era un’interpretazione visiva della mia canzone, era un vestito che davo alla mia canzone nuda. Mi ci sono anche appassionato. Quante ore di lavoro! Solo per selezionare le parti buone delle clip ci metto una settimana. I video sono stati dedicati posti particolari che avevano un senso per me. Come dedico i miei testi a persone o argomenti a cui tengo. Vivevo a Barcellona e volevo dedicare un video a Barcellona, al mio quartiere, il barrio Gotico. Il secondo video l’ho girato nel deserto, che era un posto dove ho passato dei momenti indimenticabili con la persona a cui avevo dedicato la canzone.

E poi Berlino, poi le scogliere del Messico. Una zona del Messico dove per anni sono andato a passare gli inverni. Un posto dove ho ricominciato a vivere dopo periodi difficili della mia vita. Quindi ho dedicato al Messico la canzone Who We Are. Mi è capitato anche di trovarmi per caso in un posto meraviglioso, come una spiaggia della Sardegna e non avere in mente di fare un video, ma dopo aver visto quei colori ho detto: aspetta un attimo. Prendo il cappello di Don Jio, che per caso viaggiava con me, metto il telefono in mano a mio nipote, girami in qualche modo, devo fare un video, proviamo a vedere cosa viene fuori.

C’era un vento incredibile, ho dovuto tenere la mano sul cappello tutto il tempo e addirittura avevo un telefono dentro il cappello da cui veniva la musica per poter cantare in playback, perché sennò non si sentiva niente con tutto quel vento. Il giorno dopo ho continuato le riprese da solo, per aggiungere una parte piu’ personale, piu’ emotiva. Quindi i miei video sono spesso girati in condizioni ai limiti. Poi guardando le clip in un modo o nell’altro sono sempre riuscito a montare qualcosa. Il video di All I Wanna Do è stato più pensato, più razionale, so cosa potevo fare, la sfida è stato girarlo sott’acqua, ma è andata bene direi.

All I Wanna Do cosa rappresenta per te, sia a livello personale che sul lato artistico?

All I Wanna Do non è l’ultima canzone che ho scritto, ne ho scritta anche un’altra in spagnolo, per l’amore successivo. In spagnolo perché ho deciso anche di cantare in questa lingua e in italiano prossimamente. Però, All I Wanna Do è stata una canzone in cui ho sentito la piena padronanza di quello che stavo facendo. Nella sua struttura, nella sua essenzialità, era una ciliegina sulla torta all’album che avevo già pronto. Pure il testo è stato più consapevole dei precedenti.

Sono riuscito anche a creare dei remix da solo e anche a farla remixare a un altro DJ produttore spagnolo con cui collaboro per i master, per avere un suono diverso dal mio. Sono molto soddisfatto del video in cui ho proposto questo mondo immaginario del pianista che esplora i fondali marini, esplora le proprie sensazioni, le proprie emozioni, si commuove. Suonando al pianoforte la mia commozione, pensando a questa persona che apparentemente potrebbe essere così importante. Ho scritto anche nel testo: “since we met yesterday you are in my brain”: l’avevo inconosciuto solo il giorno prima, ma già boom, mi si era creato questo fantasia, mondo, questo viaggio, questa illusione.

Mi piacerebbe che le persone con un sorriso potessero gioire di questo mio mondo fantastico che propongo, sognare, pensare alla loro vita se sta succedendo qualcosa del genere anche a loro. Sognare. Io vivo un po’ nella mia bolla creativa e ogni tanto mi piace condividerla. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

E voi cosa ne pensate? Fateci sapere la vostra con un commento e continuate a seguirci su Musicaccia!

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