Dal 26 settembre 2025 è disponibile in rotazione radiofonica Grey Horse’s Standpoint, il nuovo singolo di Simone Sello. Simone Sello intervista
Il brano è disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e fa da preludio al suo nuovo album.
Simone Sello è un chitarrista, produttore, compositore, filmmaker e giornalista musicale italiano, residente in USA. Ha iniziato la sua formazione musicale studiando il violino sin dalla giovane età, per poi diventare noto come chitarrista.
Il suo ultimo brano è caratterizzato da una melodia meditativa ed evocativa che si sviluppa attraverso tre elementi sonori distinti: il fischio, la chitarra slide e il canto lirico. Il fischio, eseguito magistralmente da Alex Alessandroni Jr., introduce l’ascoltatore in un’atmosfera sospesa e suggestiva, mentre la chitarra slide aggiunge profondità e calore alla melodia. Il canto lirico crea atmosfere ampie e sospese, trasportando l’ascoltatore in un mondo sonoro unico.
Il tempo lento richiama immagini dei Western classici, arricchite da una dimensione surreale e fantascientifica, creando un’esperienza sonora immersiva e suggestiva. La combinazione di questi elementi crea un’atmosfera emotiva e coinvolgente, perfetta per chi cerca una musica che stimoli l’immaginazione e la riflessione.
Conosciamo meglio Simone Sello e il suo ultimo brano in quest’intervista:
Data l’importanza che dai alla parte visiva della tua produzione, si potrebbe dire che sei un artista musicale “cinematografico”. Grey Horse’s Standpoint, per certi aspetti, è anche un omaggio a Morricone. Ti piacerebbe un giorno scrivere una vera colonna sonora per un film, e se sì, di che genere?
Sì, assolutamente. In fondo ogni mio brano nasce già come una piccola colonna sonora, anche se di un film che ancora non esiste. Mi piacerebbe lavorare su un film che unisca elementi molto contrastanti tra loro, con sfumature psicologiche e surreali.
Un progetto in cui la musica non accompagni solo le immagini, ma diventi parte del racconto, come accade nei lavori di registi visionari come Kubrick o Cronenberg. L’omaggio a Morricone era inevitabile: rappresenta uno dei picchi in cui la melodia incontra l’immaginazione pura.
La figura del “cavallo grigio” sembra avere un forte valore simbolico, quasi mitico. C’è un episodio personale, un’immagine o un’emozione concreta da cui è nata questa metafora, oppure rappresenta un archetipo universale che hai voluto reinterpretare a modo tuo?
Il cavallo grigio è una sintesi tra esperienza personale e simbolo universale. Da un lato nasce da una mia riflessione sul coraggio: quello di restare fermi, osservare, per poi scegliere il momento giusto per agire.
Dall’altro è un archetipo, un’entità che vive tra sogno e realtà, come un ponte tra il mondo terreno e quello immaginario. Il grigio, in particolare, rappresenta la zona intermedia dove nulla è bianco o nero, ma tutto si fonde e prende forma.
In altre interviste hai spesso parlato di immagini e paesaggi sonori. Se potessi collaborare con un regista o artista visivo del passato o del presente, chi sceglieresti e perché?
Mi affascinerebbe lavorare con un regista come Akira Kurosawa, che aveva un senso del ritmo visivo e musicale quasi mistico. Oppure con qualcuno come David Lynch, capace di creare mondi sospesi tra sogno e inquietudine.
Tra i contemporanei, apprezzo Denis Villeneuve e Wes Anderson, perché sanno trasformare la luce e il suono in linguaggio narrativo. In fondo, credo che ogni collaborazione ideale nasca da un incontro estetico più che da un genere: serve condividere lo stesso modo di percepire il tempo e il silenzio.
Nei tuoi lavori emerge un equilibrio tra istinto e progettualità. Ti capita mai di “perdere il controllo” del suono, lasciando che sia la musica a guidarti invece del contrario?
Succede spesso, e credo sia un momento prezioso. La musica, a volte, sa più di me dove vuole andare. Quando accade, in studio cerco di mantenere una zona di rischio, dove l’imprevisto può trasformarsi in magia. La progettualità serve a costruire un contesto solido, ma poi bisogna saperlo tradire al momento giusto per lasciare spazio all’intuizione.
La tua musica attraversa culture e continenti, dato che hai deciso di trasferirti negli USA. Come ha influito questa scelta sulla tua vita artistica e personale? E c’è un luogo del mondo che senti particolarmente affine al tuo linguaggio musicale, anche se non ci hai mai vissuto?
Vivere a Los Angeles mi ha dato la possibilità di respirare ogni giorno culture diverse. È una città che mescola discipline e mondi caotici, e questo mi ha aiutato a rendere la mia musica più ibrida e aperta. Personalmente, mi ha insegnato a pensare in modo globale ma anche introspettivo.
Un luogo che sento molto vicino al mio linguaggio è il Giappone: la sua estetica del silenzio, la cura dei dettagli e una certa spiritualità quotidiana. Lì ritrovo una tensione poetica che cerco nella mia musica.
Oggi la tecnologia permette a chiunque di creare musica in casa. Cosa credi che distingua ancora un musicista “artigiano del suono” da chi si affida solo ai software?
La differenza sta nel pensiero. Un artigiano del suono non usa gli strumenti digitali per comodità, ma come estensione del proprio linguaggio. Dietro ogni scelta tecnica c’è un’intenzione estetica. La tecnologia è neutra: può amplificare la creatività o annullarla. La differenza la fa la consapevolezza — sapere perché usi un suono, non solo come.
Hai una formazione musicale molto solida ma anche un approccio libero e intuitivo. Quanto contano oggi lo studio e la disciplina rispetto alla creatività spontanea?
Contano entrambi, ma in momenti diversi. Lo studio è ciò che ti costruisce, la creatività è ciò che ti libera. La disciplina serve a imparare le regole, ma la vera arte nasce quando inizi a piegarle. È come imparare una lingua: prima studi la grammatica, poi inizi finalmente a scrivere poesie.
Se dovessi descrivere il tuo prossimo progetto con una sola parola, quale sarebbe? E che immagine ti evocherebbe?
Direi “orizzonte”. Perché rappresenta una linea immaginaria che separa e unisce al tempo stesso: il punto dove il cielo incontra la terra, dove il reale sfuma nel possibile. Mi evoca un cavallo che galoppa verso quella linea, sapendo che non la raggiungerà mai, ma che il senso del viaggio è tutto lì — nel movimento verso ciò che non si può afferrare del tutto.
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