Dal 24 ottobre 2025 è disponibile in vinile e sulle piattaforme di streaming digitale Unsapiens, il nuovo album di Leo Pesci per Irma Records.
Unsapiens è un album che esplora in profondità le contraddizioni della società moderna, offrendo una critica sociale ricca di sfumature e sensibilità. Leo Pesci affronta temi universali come l’alienazione causata dalla vita capitalista, la discriminazione storica del Sud Italia e l’ipocrisia delle strutture di potere, mescolando la tradizione musicale napoletana con influenze moderne di soul, hip-hop, funk e nu-jazz.
L’intero album è stato scritto in lingua napoletana, una chiara dichiarazione di appartenenza e valorizzazione di una cultura millenaria. Il titolo Unsapiens fa allusione alla controversia dell’essere umano, mettendo in discussione le sue scelte e il suo impatto sulla società e sul pianeta.
Il disco è il risultato di una collaborazione con alcuni dei più interessanti talenti emergenti della scena partenopea, tra cui Gianmaria Salerno, Viscardi, Giada De Prisco, Greg Rega, Angelo Cioffi, Gabriella Di Capua e Dani Diodato. Le tematiche affrontate includono le disuguaglianze generate dal capitalismo, l’emigrazione e il rapporto tra antropologia e religione, oltre ad altre problematiche tipiche della cultura e della società partenopea.
Il filo conduttore di Unsapiens è la ricerca di autenticità in un mondo che spesso preferisce l’apparenza alla sostanza. Ogni traccia si distingue per la sua capacità di trasmettere emozioni forti attraverso la musica e le parole, creando una fusione unica che riflette l’intersezione tra il passato e il presente, tra l’autenticità culturale e le sfide di una società in continua evoluzione.
Originario dei Quartieri Spagnoli di Napoli, Leo Pesci è un compositore e produttore con base a Londra. Dopo aver pubblicato il suo primo EP da solista, Leo Pesci (2020), prodotto da Dani Diodato (chitarrista di Arlo Parks, vincitrice dei BRIT Awards 2021), ha intrapreso la carriera di produttore, con l’obiettivo disviluppare progetti collaborativi con alcuni dei talenti più interessanti della scena nu-jazz e neo-soul londinese.
Unsapiens è un album interamente scritto in napoletano. Quanto è stato importante
per te utilizzare la tua lingua madre per parlare di temi universali come capitalismo,
alienazione e identità culturale?
Scrivere tutto in napoletano per me era l’unica scelta possibile. È la mia lingua musicale, ed è anche una lingua “anticoloniale” — nonostante, paradossalmente, sia frutto del colonialismo che abbiamo subito per secoli. Parlare di capitalismo, alienazione e identità culturale attraverso il napoletano significa ricordare che anche le storie più universali nascono sempre da un luogo preciso, da una radice.
Nel disco affronti molte contraddizioni della società moderna. Qual è stata la
scintilla iniziale che ti ha spinto a voler raccontare questo lato dell’essere umano?
La scintilla è stata vivere in una grande metropoli come Londra, dove tutti corrono così tanto che si è costantemente soli. Le relazioni umane svaniscono e si perde completamente la connessione con se stessi e con i propri obiettivi primordiali. Da qui il titolo Unsapiens, per sottolineare la contraddizione dell’uomo moderno — il cosiddetto Homo sapiens — e la sua totale idiozia nel non curarsi dell’ambiente e dell’impatto sociale del capitalismo.
Hai collaborato con numerosi artisti della nuova scena partenopea. Come hai scelto Le voci e i musicisti che hanno contribuito al progetto e cosa hanno aggiunto alla tua visione?
Ho scelto artisti che rappresentano la scena soul — in Italia qualcuno direbbe “indie” — partenopea. Non cercavo “nomi”, cercavo autenticità. Viscardi, Giada De Prisco, Greg Rega, Gabriella Di Capua, Gianmaria Salerno, Cafè Sicilia, Angelo Cioffi… ognuno ha portato una voce unica, una storia vera, una vibrazione che il disco, da solo, non avrebbe mai avuto.
Brani come 6 vestuto a 8 e Va ‘a fà ‘o ccafè’ criticano le ipocrisie sociali e la pigrizia intellettuale. Quanto è stato difficile utilizzare l’ironia per veicolare messaggi così forti?
Il sarcasmo è un’arma potentissima, ma difficilissima da usare quando parli di ipocrisia sociale. Però io sono cresciuto in un luogo dove si ride anche davanti ai problemi seri. “Va ’a fà ’o ccafè” o “6 vestuto a 8” sono provocazioni leggere, ma profondissime.
Terra Santa parla di discriminazione del Sud Italia. In che modo la tua esperienza personale di napoletano emigrato a Londra ha influenzato la scrittura di questo brano?
Sono un napoletano emigrato a Londra. Quella ferita la conosco bene: partire, costruire una vita altrove, ma sentirti sempre giudicato per la tua origine. Terra Santa nasce proprio da questo: raccontare un amore duro, pieno di mancanza e orgoglio.
Nel pezzo Unsapiens compare la voce dello scienziato Telmo Pievani: come è nata questa collaborazione e che valore aggiunge al messaggio del tuo album?
Ci tengo a puntualizzare che non è una collaborazione vera e propria, perché Telmo non è un artista rintracciabile tramite social. Ho semplicemente utilizzato un frammento di uno dei suoi tantissimi podcast. Volevo una voce autorevole che parlasse dell’essere umano da un punto di vista antropologico, non religioso. Telmo Pievani è uno dei più grandi divulgatori scientifici italiani. Una visione antropologica — quindi atea — per me è fondamentale per analizzare e provare a trovare soluzioni ai problemi dell’uomo moderno.
Riservi uno spazio importante alla critica dell’industria musicale, come vediamo in
L’artista impiegato. Cosa significa per te oggi essere un artista indipendente?
Essere indipendente oggi significa avere la possibilità di essere sinceri. Nessuno ti dice cosa scrivere, nessuno ti impone un trend. L’artista impiegato nasce proprio da questo: la libertà di creare senza padroni, anche se costa più fatica — soprattutto intellettuale.
Il filo rosso del disco è la ricerca di autenticità. Qual è, secondo te, il rischio maggiore che corre un artista quando si lascia trascinare dall’apparenza anziché dalla sostanza?
Unsapiens è un disco che rifiuta l’apparenza: la espone per prenderla in giro, la descrive per ridicolizzarla. La ricerca della nostra missione personale nasce dall’essere, non dal dover apparire.
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