venerdì, Luglio 19, 2024

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Gloria, il nuovo album di Sam Smith: la recensione

Dopo il polverone sollevato da Unholy, Sam Smith torna in campo con l’album Gloria, quarto lavoro discografico dell’artista britannico. Gloria esplora nuove sfaccettature della personalità musicale del cantante di I’m Not The Only One, ma senza mai dimenticare le sue radici Soul. Sam Smith Gimme

Un nuovo Sam Smith 

Sin dai primi secondi della prima traccia, Love Me More, si esplicita l’influenza soul che ha accompagnato Sam Smith sin da In the Lonely Hour, il primo album del cantante londinese, che gli valse la vittoria di quattro Grammy nel 2015. Ma quell’immagine di Sam Smith è un lontano ricordo. L’artista si presenta oggi in modo rinnovato: capello biondo platino, paillettes argentate e soprattutto tanta confidence. “Sto imparando ad amarmi di più”, si legge infatti nel testo di Love Me More. Il cantante britannico più di tre anni fa ha inoltre fatto coming out come non-binary. Insomma, per Sam Smith gli ultimi anni sono stati quelli della scoperta del sé e dell’accettazione. Un messaggio certamente ammirevole. Quanto alla musica, Love Me More, brano che lo scorso agosto aveva anticipato l’album come lead single, non sorprende. Ciò che sentiamo è un R&B abbastanza convenzionale. Notevoli i vocals: come detto, è fondamentale l’impronta soul che viene data al progetto. 

Dentro l’album

Più interessante il brano successivo, No God, con soffici arpeggi di chitarra, cori grandiosi e, soprattutto, un ritornello più memorabile. Il mood è abbastanza tranquillo dall’inizio alla fine, nel senso che la canzone non esplode mai veramente. Segue un interludio di 18 secondi, in cui tutto ciò che sentiamo è una coda di No God affidata a soli archi, con sopra una voce maschile che dice “Dover mentire è la parte più triste e brutta dell’essere omosessuali”. Si tratta di un sample, tratto dal film Gay and Proud (1970) di Lilli Vincenz. Non un vero e proprio interludio, quanto un continuo della traccia precedente, separata in due tracce distinte. 

Poi l’atmosfera si riscalda con Lose You, in cui inizia il mescolarsi del gospel con altri generi. Qui troviamo l’influenza della Ballroom Music, che dà un che di anni ‘90 a questa possibile hit. Non è altrettanto memorabile il brano successivo, Perfect, che vede la collaborazione di Jessie Reyez. Il brano potrebbe andare bene come sottofondo per un tutorial di makeup su TikTok e l’unica parte vagamente interessante è il ritornello, in cui un pianoforte accompagna il lirismo delle parole “Non sono perfetto, ma merito”. Nella seconda metà del brano compaiono una chitarra elettrica e gli archi, che sembrano preannunciare un climax, che tuttavia non si verifica. Segue una parte di transizione, colma di suspence, che ci conduce all’inizio di Unholy. L’idea dietro a questa transizione non è male, ma l’esecuzione sì. 

Unholy e altre Sam Smith Gimme

Arriviamo così alla traccia che stavamo tutti segretamente aspettando. Con la collaborazione della fenomenale cantautrice tedesca Kim Petras, Unholy è una hit, non c’è molto da aggiungere. Dopo l’attesissimo rilascio del singolo, accompagnato da un grande entusiasmo sui social, settimane fa il brano è balzato al primo posto nelle classifiche di mezzo mondo, tra cui negli Stati Uniti. Il primo posto nella Billboard Hot 100, la classifica americana dei brani più venduti e ascoltati, ha segnato un evento storico. Infatti Sam Smith è il primo artista non-binary a guadagnare la prima posizione nella hit parade, mentre Petras è la prima artista transgender a raggiungere questo traguardo. Non solo: la canzone ha anche vinto il Grammy per la migliore Performance Pop di un Duo/Gruppo. Un successo più che meritato: è difficile sfuggire al fascino del gospel mefistofelico di Unholy, un ossimoro in musica coerente con il testo, provocante e provocatorio. 

Dopo il sabba di Unholy, ci si ritrova soli con sé stessi, come alla fine di una festa: la voce di Sam Smith splende in How To Cry, commovente ballad chitarra e voce. Il brano funziona benissimo nella sua semplicità, senza sconvolgere troppo lo spettatore. Ma presto la tristezza lascia il posto alla sensualità di Six Shots, sicuramente il brano più piccante dell’album. Sullo sfondo di un beat degno di un video a luci rosse, la voce di Sam Smith sussurra un testo che parla di… provate a indovinare. Intanto i sontuosissimi archi conferiscono al brano un tocco vintage ed elegante. Probabilmente la traccia migliore dell’album, nonostante la mancanza di un ritornello davvero potente. 

Verso la fine 

Dopo Six Shots è la volta di Gimme e sembra di risvegliarsi da un sogno erotico cadendo dal letto, con il fastidiosissimo ritornello, che consiste nel titolo del brano ripetuto a velocità supersonica da Jessie Reyez (no, non è Rihanna), la stessa che compare anche in Perfect. Sam Smith si concede un pop con influenze reggaeton. Il risultato? Un brano anonimo e irritante. 

Segue un interludio di appena 7 secondi. A seguire, Sam Smith ci tele-trasporta sulla pista di una discoteca, con I’m Not Here to Make Friends, estratta come quarto singolo lo stesso giorno dell’uscita dell’album. Probabilmente l’unica hit affianco ad Unholy, ma anche un inno LGBTQ+. Non a caso il brano comincia con una delle frasi cult della drag queen RuPaul, pronunciata alla fine di ogni episodio del reality show RuPaul’s Drag Race: “Se non sai amare te stesso, come diavolo potrai amare qualcun altro?”.

Con Gloria, dalla discoteca veniamo catapultati dritti dritti al Monastero dei Benedettini: la title track è praticamente un canto gregoriano in chiave moderna. Sam Smith è la stella, il solista nel coro della chiesa, il virtuoso che fa i melismi. Idea notevole, ma che purtroppo non porta a nulla, è un coro fine a sé stesso. Sarebbe stato molto più intrigante se questo prodotto, di per sé lodevole, avesse posto le basi per costruire qualcosa di ambizioso e sperimentale. Ma non succede nulla. È un semplice coro. Avrebbe anche avuto più senso se Gloria avesse costituito il brano di chiusura, come un “arrivederci” delicato e ricercato. Ma non si verifica neanche questo: a chiudere l’album è il duetto con Ed Sheehan, Who We Love. E comunque anche questa piuttosto insipida. Sam Smith Gimme

Una visione di insieme

Quando si ascolta l’album Gloria, si ha l’impressione di trovarsi davanti al frutto di grandi ambizioni, ma riuscito maluccio. Gli interludi e le tante idee di cui l’album brulica, purtroppo, non restituiscono alcunché di sorprendente, al contrario rendono il progetto caotico e frammentario. Tanto fumo: interludi, intro atmosferiche, sample; ma poco arrosto: appena 33 minuti di musica incluse le parti appena citate. L’album è insomma deboluccio, trainato soltanto dal successo di Unholy. Ci sono alcune tracce che funzionano bene, come Six Shots, How to Cry e, forse, Who We Love, ma difficilmente diventeranno delle hit intramontabili come avvenuto per Stay With Me o Like I Can. Sam Smith Gimme

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