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Aku Boy e la difficoltà di voltare pagina in Non è facile

Da venerdì 16 ottobre 2026 è disponibile in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme di streaming digitale Non è facile, il nuovo singolo di Aku Boy, pubblicato per l’etichetta Lungomare S.r.l., distribuito da Pirames International e prodotto da Massimo Calabrese e Marco Lecci con Valerio Calisse per Musica & Rivoluzione.

Non è facile è un brano pop intimo e malinconico che racconta la nostalgia e la difficoltà di lasciarsi davvero quando una storia ha messo radici profonde. È dedicato a chi ha dovuto dire addio a malincuore, pur continuando a sentire il peso di quel legame. La canzone attraversa l’altalena emotiva di un amore che non funziona più, ma dal quale è difficile staccarsi. Arriva il momento in cui prendere strade diverse sembra essere l’unica soluzione possibile, ma con il passare del tempo ci si rende conto che dirsi addio per sempre è molto più complicato del previsto.

Francesco Chiarle, in arte Aku Boy, è un cantautore romano. Al centro della sua musica c’è una convinzione precisa: la spontaneità è magia. Quando viene ricercata troppo, rischia di diventare artificiale. Per questo Aku Boy vive la scrittura come un processo istintivo, legato alle esperienze e alle emozioni reali.

Le sue canzoni nascono da ciò che vive e sente, senza sovrastrutture, con l’obiettivo di mantenere intatta l’autenticità del momento da cui prendono forma. Un approccio diretto alla musica e alla scrittura, in cui l’istinto diventa il punto di partenza per trasformare esperienze personali ed emozioni in canzoni. L’artista ha aperto i concerti di centomilacarie a Ferrara e Dardust a Rimini nel 2025, mentre nel 2026 ha aperto quello di Mida.

Non è facile è un brano pop intimo e malinconico che racconta la difficoltà di lasciarsi alle spalle una storia importante. Come nasce questa canzone e qual è l’emozione da cui sei partito per scriverla?

Questa canzone è nata dal nulla, non l’ho pensata a tavolino. Sono partito dal pianoforte ed è uscito questo testo. Solo dopo averla chiusa, rileggendo quello che avevo scritto, ho capito che la stavo dedicando a due miei cari amici che stavano affrontando proprio questa situazione.

Nel brano racconti un amore che sembra arrivato al capolinea, ma dal quale è difficile staccarsi davvero. Secondo te, cosa rende così complicato dire addio a una persona che ha avuto un ruolo importante nella nostra vita?

Tutto. All’inizio, quando si conosce una persona, si è un seme. Col passare del tempo quel seme diventa un albero, e un albero non lo sradichi da un giorno all’altro. Per questo è davvero difficile voltare pagina.

Hai descritto Non è facile come una canzone dedicata a chi continua a guardarsi indietro dopo la fine di una relazione. Quanto c’è di autobiografico nel pezzo e quanto, invece, nasce dall’osservazione delle esperienze e delle emozioni altrui?

Non è una storia mia. Però nel momento esatto in cui è nata sono riuscito a immedesimarmi completamente in quella situazione, e l’ho sentita come se lo fosse.

Nella tua musica attribuisci grande valore alla spontaneità, sostenendo che la magia rischia di perdersi quando viene ricercata troppo. Come riesci a mantenere questo approccio istintivo durante il processo di scrittura e composizione?

Butto giù la melodia e la prima bozza di testo al primo ascolto. Appena sento di aver perso la spontaneità mi fermo del tutto e inizio a fare altro. Ci torno solo quando la sento di nuovo.

Il singolo è stato prodotto da Massimo Calabrese e Marco Lecci con Valerio Calisse per Musica & Rivoluzione. Come si è sviluppato il lavoro in studio e in che modo la collaborazione con i produttori ha contribuito a definire le sonorità del brano?

Dipende molto da chi è presente in studio. Come dicevo, per me vale la regola della “buona la prima”. Dopo ci si confronta e si cerca insieme la direzione giusta. Per fortuna anche loro capiscono questo modo di fare musica, e così il brano ha mantenuto l’immediatezza da cui era nato.

Nel 2025 hai avuto l’opportunità di aprire i concerti di centomilacarie a Ferrara e di Dardust a Rimini, mentre nel 2026 hai aperto quello di Mida. Quanto hanno contribuito queste esperienze alla tua crescita artistica e cosa hai imparato dal confronto con pubblici e mondi musicali differenti?

Tanta esperienza: a ogni live si prende più consapevolezza. Nessun atleta si allenerebbe con convinzione senza essersi prima dato degli obiettivi. Per me lo studio è l’allenamento e il concerto è la gara. Ogni pubblico ha la sua storia e un motivo per essere lì. C’è chi cerca nuovi artisti, chi è venuto per l’artista principale della serata, e chi è il genitore o il fidanzato “costretto” ad accompagnare qualcuno. Io cerco di trasmettere quello che sento, e se arriva, bene.

Guardando al tuo percorso, quali aspetti della tua identità musicale senti di aver consolidato e quali nuove direzioni vorresti esplorare nei prossimi progetti?

Sicuramente ho consolidato questo modo istintivo di approcciarmi alla musica. Sulle nuove direzioni non so rispondere nemmeno io, e mi piace così. Non scrivo a tavolino, quindi non progetto a tavolino neanche il futuro. Quello che arriva, arriva. Posso solo dirvi che quello che sto facendo in studio mi piace da impazzire.

E voi cosa ne pensate? Fateci sapere la vostra con un commento e continuate a seguirci su Musicaccia!

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